BERLIN HOHENSCHONHAUSEN

PERDENTE!

La Storia la scrivono i vincitori. Il tassista che mi sta portando al carcere segreto di Hoehenschonhausen ha perso nel 1989, quando i berlinesi dell’Est sono passati oltre il Muro che separava due mondi e una citta’. Guida una Mercedes panna. Ha un accento orientale. Dice di essere un ex agente della Stasi, di non capire i motivi di una mia visita a Hoehenschonhausen. E’ in piena Ostalgie. ’’Facevo sport per 40 cents all’anno. I nostri atleti strabiliavano alle Olimpiadi. Esperti venivano dalla Finlandia per studiare i sistemi scolastici della Ddr’’. A pochi isolati dalla prigione indica uno stabilimento dove si producevano tecnologie per intercettare i telefoni. ’’Ho portato di persona molta gente a Hoehenschonhausen: tutte spie dell’Ovest. Il resto sono balle’’.


VINCITORE?

’’Questa e’ stata la mia cella per otto mesi’’. Hoehenschonhausen e’ oggi uno dei mille monumenti commemorativi di Berlino. A guidare i visitatori per i suoi cortili e corridoi sono gli stessi ex detenuti. Il nostro ha un fortissimo accento dell’Est. E non fa nulla per rendersi comprensibile. Nel 1974 aveva tentato di fuggire dalla Ddr. Era finito nel carcere segreto di Hoehenschonhausen.


FUORI DALLO SPAZIO-TEMPO

Straniamento tramite privazione sociale e sensoriale. Si pensa di essere sperduti sulle coste del Baltico o alla frontiera con la Polonia. Arrestati e caricati su camioncini che in incognito viaggiano per ore a zonzo per le strade di Berlino. Nessuno esterno alla “Ditta” sa che la zona vietata del quartiere di Hoehenschonhausen nasconde un carcere di massima sicurezza. Sulle cartine topografiche di Berlino Est, gli isolati riservati alla Stasi sono una chiazza bianca. Nessun contatto con gli altri reclusi, solo con secondini e funzionari. Un sistema di luci verdi e rosse permette di coordinare lo spostamento dei detenuti. Apposite celle per il ’’parcheggio” dei prigionieri si trovano in ogni corridoio. Non si ha piu’ un nome ma un numero. Unica eccezione gli interrogatori. Durante i colloqui con i dirigenti della Stasi si riacquista un’identita. E si vede anche il cielo. Nessuno e’ mai evaso da Hoehenschonhausen.

DA HITLER A STALIN

Il terreno di Hoehenschonhausen appartiene per decenni alla famiglia Heike, industriali meccanici. Nel 1938 il partito nazionalsocialista se ne appropria e costruisce un edificio in pietra su due piani: una mensa popolare del Terzo Reich. Durante la Seconda Guerra Mondiale vengono aggiunte una decina di baracche in legno e Hoehenschonhausen diventa per la prima volta un luogo di reclusione, un campo di lavoro per prigionieri di guerra. Nel 1945 le forze di occupazione sovietiche entrano in Berlino. Hoehenschonhausen resta un campo per la raccolta e lo smistamento dei prigionieri: lo Speziallager 3. La cantina della vecchia mensa è convertita in una prigione da 60 celle. A erigerla gli stessi detenuti. La chiamano U-Boot. Per l’umidita’. Per la mancanza di luce naturale. Nessuna cognizione del tempo che passa. No igiene, no coperte, poco rancio. La cella: un buco e un giaciglio in legno, a volte messo di traverso tra due muri e appositamente troppo corto. Il risultato sono danni permanenti alle gambe di chi ci deve dormire sopra. Torture fisiche: celle dove si puo’ solo stare in piedi, getti di acqua ghiacciata (negli inverni berlinesi), sottrazione del sonno.


IL CARCERE DELLA STASI

Nel 1951 il nuovo ministero per la Sicurezza della Ddr assume il controllo del penitenziario. I detenuti diventano comunisti riformisti, operai organizzatori dello sciopero del 17 giugno ‘53, testimoni di Geova. Ma anche berlinesi ordinari, colpevoli di una frase di troppo alla persona sbagliata in un momento qualunque: nei tempi d’oro, la Stasi contava un collaboratore ogni sei cittadini. Visto lo sconsiderato numero di arresti alla Stasi serve più spazio. Alla fine dei ‘50 ai detenuti viene fatta erigere una nuova costruzione: 200 celle e decine di stanze per gli interrogatori. Tutti gli ambienti sono contraddistinti dal marrone dei pavimenti in linoleum e dal grigio delle pareti: un marchio di fabbrica della dittatura burocratica della Ddr. Dalle violenze fisiche dei russi si passa a violenze psicologiche. Studiate nel dettaglio e accuratamente fascicolate tra i miliardi di pagine redatte a macchina dai funzionari della “Ditta”. Studi parlano anche di marchiature dei prigionieri effettuate con materiale radioattivo. Il logorio psicofisico dei detenuti non conosce sosta. Arrendersi e abbandonarsi nelle mani di uno stato onnipotente è il senso unico. Lo scopo: fornire tutte le informazioni, rilevanti e non, desiderate dai funzionari del Ministero. E firmare i documenti della propria confessione.

QUALCHE IPOTESI

Chissà se quel tassista che qualche minuto fa mi ha portato qui a Hoehenschonhausen, 34 anni fa ha fatto lo stesso con questa guida che ora ci sta raccontando la sua prigionia. Chissà se questa guida che con il suo tedesco incomprensibile dice di essere stato messo dentro perché 34 anni fa ha cercato di scalvacare il Muro, 34 anni fa era una spia dell’Ovest. Chissà se a mettergli le manette e a condurlo qui per la prima volta fu proprio quel vecchio collaboratore della Stasi che ora guida un taxi per le strade della nuova Berlino. Chissà se questa guida vittima della Stasi è mai salita per caso su quel taxi.


MAUER IM KOPF

Scrive Anna Funder in “Stasiland” (2002): “Qui la gente parla del Mauer im Kopf, del Muro nella testa. Pensavo che fosse solo una scorciatoia, un modo abbreviato per riferirsi al modo in cui i tedeschi si definiscono ancora in termini di orientali e occidentali. Ma ora vedo un senso più letterale: il Muro e ciò che rappresentava esistono ancora. Il Muro persiste nella mente degli uomini della Stasi come qualcosa che sperano possa un giorno ritornare, e anche nella mente delle loro vittime, come una terrificante possibilità.”.


DUEMILAEOTTO

A pochi isolati da Hoehenschonhausen due amici berlinesi, uno dell’Est e uno dell’Ovest, hanno aperto un bar in stile Stasi. Chi richiede la tessera di collaboratore (Mitarbeiter) ottiene il 10% di sconto sulle bevute. L’anno prossimo sono 20 anni dalla caduta del Muro.

 

PER APPROFONDIRE:

Fondazione Berlin-Hohenschonhausen (english)

Gedenkstatte Berlin-Hohenschonhausen su Wikipedia (deutsch)

il carcere di Hohenschonhausen visto da Google Maps

 ”Stasiland” con Anna Funder su YouTube (english)

IL CEVICHE DI HU SHUZHEN

(…) Massì, dato il nome mi fermo senz’altro: è un minuscolo ristorante cinese, che si chiama Fortuna e ha pochi tavolini, una porticina così stretta che mette l’ansia. Non fa wanton, si è specializzato in cevice, il piatto di pesce tipico dei peruviani. E a star seduti, ad aspettare il turno, non sono cinesi, o gente di passaggio. Sul marciapiede si contano decine di motorini: sono tutti fattorini e pony express peruviani i suoi avventori. (…)

[ Piero Colaprico - Manuale di sopravvivenza per immigrati clandestini ]

 

BETTOLA CINESE. Il migliore ceviche de pescado di Milano lo cucina Hu Shuzhen. Può sembrare un paradosso, in realtà è un vero e proprio miracolo. Perché di pesce fresco, anzi freschissimo come da ricetta, in quella bettola cinese che è il Ristorante Fortuna in Via Bartolomeo Eustachi non se ne ha neanche la sensazione. Eppure, seppure non si muova più da tempo, la spigola spezzettata in mezzo a insalata e succo di limone fa la sua (s)porca figura.Frequento il Fortuna da molti anni, lo trovo un posto affascinante. Al punto che quando ho letto in un (bel) libro del “mio” ristorante cinese ci sono restato così così. Come se Colaprico si fosse reso colpevole di appropriazione ingiusta. Peccato che le parole mai scritte non siano protette da copyright. Al contrario della mia pigrizia ormai da anni certificata.

FARE SOLDI. Comincio questa storia senza ulteriori preamboli. Fare soldi per fare soldi per fare soldi. Io non credo che sia un luogo comune: anche se non ci sono più le mezze stagioni, i cinesi sanno cosa sono gli affari. Prendete ad esempio la mia zona: oltre al Fortuna, nel raggio di due o tre isolati, di ristoranti gestiti da cinesi troviamo quello di Pablo e il Chekiang.

LA PICCOLA ISCHIA. Pablo, nome scelto o attribuito a tavolino per facilitare il saluto degli habitué, infarina e impasta nella sua pizzeria Gustosa di Viale Abruzzi. Un forno a legna, una quindicina di coperti, una moglie alla cassa e due bambini che spesso temporeggiano fino a tardi nel locale in attesa che qualcuno li porti a casa. Il duello con le pizzerie limitrofe è impietoso: se il turco di fianco riesce a vivacchiare grazie al kebab, Mario il sudamericano di Piazzale Bacone ne esce con le ossa e le tasche rotte. E a nulla il servizio a domicilio, a nulla la Fanta gratis. Solo la Piccola Ischia non teme la rivalità di Pablo. Storia e tradizione, nonché una clientela diversa, hanno ancora il loro peso. O forse è solamente la Marinara Classica con i pomodorini freschi.

UN BUSINESS MICA DA RIDERE. Il Chekiang di Via Giovanni Battista Pergolesi è quanto di più antipatico possa esserci per chi da quella strada ci passa quotidianamente con la macchina. Confondendosi con i vari Malpensa Express e Orio Shuttle appena partiti dalla Stazione Centrale, i torpedoni bloccano il traffico a intermittenza scaricando davanti al Chekiang comitive di turisti cinesi affamati. Un business mica da ridere capace di trasformare quello che a tutti gli effetti è un qualsiasi ristorante cinese in una qualsiasi zona della città. E tu chiamala, se vuoi, capacità imprenditoriale.

POLLO ALLE MANDORLE. Al Fortuna la storia è diversa solo in parte. Gli inizi, una decina di anni fa: molti stenti e neanche venti metri quadrati per un ristorante cinese come tanti altri ma molto meno presentabile. Una su tutte: la dispensa. Sottoterra, accessibile aprendo una botola sul pavimento vicino alla cassa e scendendo nelle tenebre tramite una scalinata da brivido. Un posto perfetto per tenere sequestrato qualcuno: niente di troppo accattivante, insomma. Qualche cliente italiano per il take-away, involtini primavera e pollo alle mandorle. Avventori perlopiù occasionali, attratti dalla vicinanza da casa nelle domeniche di campionato. Quasi nessuno seduto ai tavoli, nonostante il concorso a punti e i salvadanai a forma di maiale in palio per chi avesse avuto il coraggio di affezionarsi. Un segreto per nessuno: le cose al Fortuna non andavano per nulla bene.

INCA KOLA. Da qualche anno è cambiato tutto. Oggi con trenta punti si vince un “ricchissimo ceviche de pescado misto” assieme ad una Inca Kola, intruglio giallastro dal sapore di cingomma che in Perù, caso unico al mondo per una bibita analcolica, è più venduto della Coca Cola. E se le tenebre sotto la cassa sono rimaste, i tempi bui per Hu Shuzhen e consorte sono terminati. Oggi per sedersi si fa la fila, così per mangiare. Cibo peruviano per clienti peruviani. Unica eccezione una notevole apertura alla cucina ecuadoriana: come una trattoria milanese che cucina anche la bagna cauda.

JERRY RIVERA. Buen provecho! A un tavolo siedono cinque allegri signori dai tratti indios. Al contrario di quanto racconta Colaprico al Fortuna i wanton li preparano ancora. Peccato però che, a parte il solito sparuto italiano in vena di take-away, non li ordini più nessuno. Nei piatti chicha morada, chiccharon de chancho con mote e arroz chaufa. E, naturalmente, il migliore ceviche de pescado della città. Sul tavolo anche una decina di Heineken da sessantasei e un litro e mezzo di tè alla pesca San Benedetto. Cellulari di penultima generazione battagliano fra loro suonando le canzoni di Jerry Rivera in mp3. Le piccole casse riescono a stento a coprire la piccola televisione che, da sopra il frigorifero da bar, canta la riscoperta beat dei Pooh a Domenica In. Hu si fa vedere solo quando, finita la birra, deve scendere negli abissi a fare rifornimento. Altrimenti se ne sta in cucina in compagnia di un aiutante silenzioso mentre sua moglie Maria (altro nome di convenienza) serve ai tavoli, parla poco e ride disturbata.

DONA FLOR. Quello che si sa: un giorno Hu Shuzhen assume un cuoco peruviano. Non passa qualche mese e il suo piccolo squallido ristorante si è riempito di un popolo rumoroso e affamato, spesso alticcio, sempre pronto ad aggregarsi. Nel nome di quella che sembra una nostalgia allegra. Che Hu può aiutare a coltivare al meglio grazie a manicaretti che ricordano quelli di mamita. E il Fortuna “trasudamerica”. Intanto Hu, scaltro, sbircia domanda e impara i segreti di una cucina lontana, quasi fosse in Erasmus alla scuola di arte culinaria di Dona Flor. E appena sente di saperne abbastanza, con buona pace della riconoscenza, licenzia il cuoco peruviano: la baracca può e deve tornare a funzionare in famiglia. Con una piccola ma sostanziale differenza: una cinquantina di latini da sfamare e dissetare ogni giorno per pranzo e per cena.

KYMCO. Se Hu Shuzhen e sua moglie Maria preferiscono il riserbo, lo stesso non si può dire dei loro avventori. A domanda non rispondono, inondano direttamente di parole e comincia la festa. Sono loro i padroni di casa, ben felici di avere ospiti. La Pausini e Balotelli, Pato e Ramazzotti: i punti di convergenza sono sempre quelli. Lavorano come pony express grazie al loro cinquantino Kymco o guidano furgoni della TNT o della UPS. E, appena hanno tempo, soprattutto la domenica, si dedicano al loro hobby preferito: riunirsi, ritrovarsi, divertirsi. Lo facevano in massa in Piazza del Duomo prima di essere sfrattati. Lo fanno oggi dietro al Corvetto, in un parco su Via Fabio Massimo che costeggia la tangenzialina per San Donato. E, nel suo piccolo, lo fanno al Ristorante Fortuna. Su di una parete, sotto a un orribile orologio digitale Made in China, decine di annunci economici in spagnolo: moto Cagiva in vendita, ricerca di coinquilini per stanze in Via Padova, offerte e soprattutto domande di lavoro. Sedute ai tavoli intere famiglie, amici, persone che si conoscono solo di vista. Davanti a loro la “muerta”, la birra ghiacciata che accompagna il ceviche, attende che venga il suo turno. Attende che Hu Shuzhen sforni la sua specialità.

IVAN ZAMORANO. Domenica scorsa al Fortuna è addirittura saltata fuori una chitarra. E pazienza se dentro al locale quasi non si riusciva più a muoversi. A suonarla un sosia di Ivan Zamorano, maestro di pressing alto mai dimenticato dai tifosi interisti. Le melodie di Jerry Rivera le conosce proprio tutte. Su richiesta prova anche a strimpellare “Noche de Ronda” di Luis Miguel. Lo fa storcendo il naso: le canzoni argentine proprio non gli vanno giù. E infatti riattacca subito con Rivera. Intanto un suo socio cerca di parlare nonostante la sbronza. Racconta che durante la settimana lavora come imbianchino per 110 euro al giorno. Racconta che nel suo paese è ingegnere e che ha studiato sette anni in università. Racconta che al suo paese il pesce per il ceviche se lo va a pescare di persona. Non esiste motivo per non credergli. Intanto sorride e si gusta il migliore ceviche de pescado di Milano. Per la gioia di Hu Shuzhen e della moglie Maria che, ridendo, batte uno scontrino.

 

PER APPROFONDIRE:

Ristorante Cinese Fortuna

Via Bartolomeo Eustachi 48

20129 Milano

LIPSISTEP, SOLO IL LIPSISTEP

[ATTENZIONE: questo post era corredato da un video ora non più disponibile su youTube]

 

Se davvero vuoi saperlo devi solo cominciare,
ogni giovane oggigiorno il Lipsi vuole danzare!

Il Lipsi è una danza in 6/4 introdotta a fine Cinquanta nella Ddr - al posto del Rock’n'Roll americano - che scomparve senza successo dopo pochi anni. A inventarlo a Lipsia furono il compositore René Dubianski e gli insegnanti di danza Christa und Helmut Seifert. Tra le interpreti del Lipsi, la più famosa è invece senza dubbio la cantante Helga Brauer. Presentata per la prima volta alla Conferenza di Musica e Danza di Lauchhammer nel 1959, il Lipsi era stato richiesto dalla dirigenza del Sed per evitare che le ‘minacciose’ danze occidentali come il twist plasmassero la gioventù comunista secondo pericolosi ideali capitalistici.

(wiki.de/mf)

Le 6 regole per ballare il Lipsi:
1. Schritt mit dem linken Fuß nach links
2. Tap mit dem rechten Fuß nach links
3. Schritt mit dem rechten Fuß nach rechts
4. Tap mit dem linken Fuß nach rechts
5. Schritt mit dem linken Fuß nach links
6. Schritt mit dem rechten Fuß nach links (Füße schließen)

Lipsi è la forma colloquiale di Leipzig, Lipsia, ma non era che uno scoperto tentativo del regime di confezionare una tendenza per le masse, come a voler far credere che la danza venisse da quella città al passo con i tempi. (…) in nessun momento di questa panoplia di gesti il bacino dei ballerini si muove. Il loro busto rimane fisso - non si tende verso l’altro nè ruota da una parte all’altra. I creatori di questa danza hanno saccheggiato ogni tradizione su cui hanno potuto mettere le mani e ne hanno estratto puntigliosamente solo i movimenti asessuati. (…) Ed eccola lì: una danza inventata da una commissione, una informe bizzarria.

(Anna Funder - Stasiland)


Oggi tutti i giovani danzano / Il Lipsistep, solo il Lipsistep / Oggi tutti i giovani vogliono imparare / Il Lipsistep: è moderno! / Rumba, boogie e cha cha cha / Sono danze sorpassate / Ora dal nulla, da un giorno all’altro / E’ spuntato un nuovo ritmo, e resterà!

TRESOR: ALMOST AMARCORDLESS

Questa foto piccina piccina, 3k di pura archeologia web, è l’unico cimelio in rete di una storia gloriosa scritta qualche decennio dai Tresor della Pavesi. Lunghi e sottili, i Tresor furono biscotti da Top5 nella categoria “Prima Colazione”. Non a caso, nella prestigiosa graduatoria di MF essi trovano posto davanti a mostri sacri come le Macine, le Gocciole e i Pan di Stelle. Ma che fine hanno fatto? I Tresor sono scomparsi qualche anno fa dagli scaffali dei supermercati. All’improvviso. Vittime, probabilmente, di una cieca volatilità industriale. E nonostante la loro indimenticabile forza strutturale: la forma bislunga che permetteva di appoggiarli in bilico (conficcati nella superficie interna della tazza) prima di sferrare il colpo decisivo - a suon di cucchiaiate - e farli affogare nel latte. A perenne memoria di quelle mattine, quindi, ecco il link (QUI) della ricetta per produrli artigianalmente. Non sarà lo stesso, ma i Tresor continueranno a vivere. Perchè quaggiù, ancora, qualcuno vi ama.

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ARLES 1888 VVG

Nel febbraio 1888 Vincent Van Gogh lascia Parigi, dove in due anni ha dipinto più di duecento quadri e si trasferisce ad Arles. La luce chiara del Sud e i toni caldi dei colori lo attirano. La decisione era stata probabilmente influenzata da Toulouse-Lautrec. A marzo sogna di vivere in una comune di artisti che dovrebbe anche risolvere tutti i problemi materiali. Dipinge numerosi quadri con fiori e alberi fioriti ispiratogli da paesaggi giapponesi. Ricevuta la notizia della morte di Mauves gli dedica un quadro. Al “Salone degli artisti indipendenti” di Parigi vengono esposti tre quadri di Van Gogh. A maggio, per quindici franchi al mese, prendi in affitto l’ala destra, di quattro stanze, della “casa gialla” sulla Place Lamartine. Vuole realizzare il sogno della comune di artisti. Fino a che la casa non è arredata dorme di fronte, al “Cafè de Alcazar” e prende i pasti al caffè della stazione da Madame Ginoux. Dipinge il famose “Ponte di Langlois”. A giugno, dopo una gita a Saintes-Marie-de-la-Mer dipinge quadri con barche. Fa conoscenza del sottotenente degli Zuavi Milliet, cui impartisce lezioni di disegno e che lo accompagna durante le sue passeggiate. A luglio durante numerose gite a Montmajour, vicino ad Arles, nascono molti quadri di paesaggio. Ispirato dalla lettura di “Madame Chrysanthème” di Loti, dipinge il ritratto “La Mousmè in poltrona”. Ad agosto fa amicizia con il postino Joseph Roulin, del quale dipinge il ritratto. Tramite lo zuavo Milliet manda a Theo trentacinque quadri. Dipinge una serie di girasoli. A settembre dipinge spesso di notte all’aperto, con candele fermate sulla falda del cappello e sul cavalletto. Fa conoscenza con il poeta e pittore belga Boch del quale diventa amico. Va ad abitare nella “casa gialla”. A ottobre Gauguin arriva ad Arles dopo numerose esortazioni di Vincent. I due vivono e lavorano insieme. A dicembre con Gauguin visita il museo di Montpellier, dove vedono il dipinto di Courbet “Buongiorno, signor Courbet”, che ispirerà a Gauguin un quadro. Si manifestano attriti e dissapori. Vincent parla di “tensione smisurata”. I loro rapporti peggiorano dopo due mesi di vita in comune. Secondo la versione di Gauguin, Vincenti, il 23 dicembre, si scaglia su di lui, armato di rasoio. Gauguin si precipita fuori dalla casa e pernotta in una locanda. Quella notte Vincent viene colpito da una crisi di ottenebramento mentale e si taglia la parte inferiore dell’orecchio sinistro che avvolge in carta di giornale e porta in un bordello per regalarlo alla prostituta Rachele. Il mattino dopo la polizia lo trova ferito a letto e lo conduce in ospedale. Gauguin parte e informa Theo dello stato del fratello. Theo arriva subito ad Arles. Quali probabili cause del male vengono indicate epilessia, alcoolismo e schizofrenia.

I SIMBOLI LASCIANO LE PENNE

Mikhail Petrovic Minin è il nome del soldato sovietico che innalzò la bandiera rossa sulle rovine del Reichstag a Berlino il 30 Aprile del 1945. Passato alla storia per la foto qui a destra, diventata simbolo della IIa Guerra Mondiale (molto più di quella dei soldati USA che innalzano la bandiera a stelle strisce sull’isola giapponese di Iwo Jima - guardala QUI), Mikhail Petrovic Minin è morto la scorsa settimana a 85 anni. Secondo quanto riferisce il tedesco Die Welt, l’ex-soldato di Stalin sarebbe morto a Pskov (vedi QUI), in Russia. Nota bene: quando alle dieci di sera di quel 30 Aprile 1945, la bandiera sovietica venne posta sopra il Reichstag non c’erano fotografi con Petrovic Minin e la sua squadra. Quella che passò alla storia venne fatta più tardi).

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COME MAGNUM CHE DISSE NO A INDIANA

[La Repubblica].«Mi chiesero se volevo la parte di Danny in Grease, avevo letto il copione ma non mi interessava perchè mi avrebbe caratterizzato troppo». Rimpianti da star: Henry Winkler, alias Fonzie nella fortunatissima serie tv statunitense Happy Days, vivrà con il grande rammarico di aver rifiutato di interpretare il ruolo cinematografico che ha reso John Travolta un divo immortale, lanciandolo definitivamente verso una carriera ricca di successi. Winkler ha raccontato i suoi rimpianti al sito contactmusic: «Quello che allora non riuscii a capire - ha aggiunto “Fonzie” - fu quanto successo avrei potuto riscuotere con quel film. Così, mentre John compra ville e aerei, io mi devo accontentare di un bell’appartamento…».

RAPINA DA LEGGENDA IN CLASSE ECONOMICA

24 Novembre 1971, la vigilia del Giorno del Ringraziamento. Sul volo Northwest diretto a Seattle ci sono appena 36 passeggeri. Al posto 18C siede un signore che dice di chiamarsi Dan Cooper. Impermeabile, giacca e cravatta, occhiali da sole che mette e toglie continuamente. Alle 14.58 Cooper passa alla hostess Florence Staffner un foglietto. C’è scritto: «Ho una bomba, sono pronto ad usarla se necessario. Siete dirottati». Poi le fa vedere il contenuto di una valigetta. Fili collegati a cilindri. La hostess spiega al pilota le condizioni di Cooper. Il jet, un Boeing 727, deve rimanere in quota fintanto che all’aeroporto di Seattle non avranno preparato 200 mila dollari e quattro paracaduti. Tutti obbediscono. Alle 15.45 l’aereo atterra, avviene lo scambio: a bordo restano tre membri dell’equipaggio e il pirata. Alle 19.38 il jet decolla di nuovo. Cooper ordina far rotta sul Messico, volando a bassa quota, con i flaps inclinati di 15 gradi. Poi chiede alla hostess di spiegargli come si possa aprire la porta d’uscita sul retro. Alle 20.15 Cooper sparisce: si è lanciato mentre il jet era sullo stato di Washington, lungo il fiume Columbia. All’esterno la temperatura è gelida, tira un vento fortissimo. Nessuno sa con esattezza dove possa essere atterrato. Le operazioni di ricerca sono ostacolate dal maltempo. E il pilota di un caccia mandato all’inseguimento del Boeing non è riuscito a vedere nulla di significativo. Il caso di Db Cooper - uno pseudonimo - si perde tra le foreste della zona. Come quei 200 mila dollari, sottratti in modo rocambolesco senza aver fatto male a una mosca.

[Estratti di un articolo di Guido Olimpio per il Corsera]

LEGGENDE DI LEGGENDE - Paul è vivo!

23 ottobre 1969: Paul McCartney smentisce ufficialmente, con un paio di dichiarazioni (una radiofonica), di essere un sosia del vero McCartney, morto in un incidente almeno due anni e mezzo prima (secondo alcuni, proprio il 23 ottobre del 1966). Una leggenda che di seguito ricostruiamo, più che altro con la passione dei crittografi che di quelli che ci credono realmente. La data non è certa, ma Epstein è ancora vivo. Una sera viene svegliato da una telefonata. E’ la EMI. Gli dice di correre subito presso un incrocio non ben definito. Là si sarebbe consumata la tragedia. Paul McCartney giace morto, secondo alcune versioni addirittura decapitato. Un incidente in macchina ha posto fine alla sua vita. Epstein non può credere ai suoi occhi. Il gruppo che ha portato al successo è finito. L’incredulità lascia presto spazio al pragmatismo. Gli viene una brillante idea. Fa seppellire Paul e ingaggia subito un sosia che viene ritoccato con l’ausilio della chirurgia plastica. Agli altri non bisognerà dire nulla. John, all’epoca ancora felicemente sposato e consumatore di droghe solo in modiche quantità, fiuta comunque che qualcosa non funziona in questo simulacro dickiano di McCartney. Così, dopo poco convoca Epstein che si trova costretto a confessare. Ebbene sì, costui non è Paul. Da questo momento per Lennon comincerebbe una sorta di gara semiotica per rendere le persone in grado di scovare la verità dietro a tutto questo inganno. In Rete c’è da perdersi navigando tra i siti che riportano gli infiniti indizi disseminati da lui per informarci dell’avvenuta morte del Macca. Fra i tanti, la copertina descritta prima di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band ne sarebbe un ricettacolo. Immaginatela come le decorazioni di un funerale: quello di Paul, naturalmente. Egli si erge ieratico come una mummia egizia. Il resto del complesso guarda, commosso, la tomba. Paul ceruleo conforta addirittura Ringo. La scritta in fiori, guardata con attenzione, recita “Be at LESO” e non “Beatles” come sarebbe da stupidi aspettarsi. Leso sarebbe una località del Sudafrica dove sta, appunto, sepolto il bassista. C’è però molto di più. Sistemando uno specchietto al centro della scritta “Lonely Hearts” come a volerne nascondere la metà inferiore, riusciamo a leggerc nella parte superiore riflessa “1 ONE 1 X HE | DIE”. Naturalmente, sopra “He Die”, egli muore, si trova Mc Cartney. Prendiamo poi la copertina di Abbey Road, famosa, imitatissima. Paul è l’unico scalzo. Il suo passo è asincrono rispetto a quello degli altri. Fuma con la mano destra, mentre lui è notoriamoente mancino. Il maggiolino famoso sulla sinistra (si narra che non si riuscì a trovarne il proprietario nel momento in cui si decise di realizzare la session fotografica) ha la seguente targa: LMW281F. Secondo accreditati perdigiorno le prime tre lettere rapresenterebbero l’acronimo di Living Me Was e il resto si leggererebbe semplicemente 28 if. Tradotto nella lingua di Dante: “se non fossi morto avrei 28 anni”: un macroscopico errore anagraficoo, comunque, visto ce Paul è nato nel 1942. C’è però un’altra versione: qui LMW diventa invece Linda McCartney Weeps, cioè Linda Piange oppure è vedova, widow. Una trovata di pessimo gusto, oltre che storicamente falsa. Non mancano a tali vertiginosi giochi semantici degni del Pendolo di Foucault di Umberto Eco anche i riferimenti ai testi delle canzoni. Intanto, A Day In The Life, con il suo rimando alla lettura dei giornali e all’amarezza per la morte di una persona in un incidente stradale, non sfugge alla regola. Peccato che il motore del tutto fosse la tragica scomparsa dell’amico Tara Browne. Pure Billy Shears (cioè Billy’s Here, Billy è qui) ritrova qui una nuova collocazione: si tratterebbe del sosia/rimpiazzo di Macca, tal William Campbell. E’ un universo affascinante che non fa altro che riconfermarci l’importanza che i Beatles hanno occupato e continuano ad occupare nelle vicende, non solo artistiche, della popular culture. Sono comparse talmente tante storie sul quartetto che risulta difficile credere ciecamente alla prima che si incontra. C’è da pensare, ironicamente, che se la morte di Paul fosse realmente avvenuta, oggi Ringo Starr sarebbe l’unico sopravvissuto a testimoniare dell’esistenza della band.

John Vignola per Kataweb

AL RITMO DI LITTLE TONY - TEMPI MODERNI

“Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il re. Ho ucciso un principio.”

Sono le parole di Gaetano Bresci (a sinistra nella foto) subito dopo avere ucciso Re Umberto a Monza, il 29 luglio 1900. L’anarchico, morto suicida nella sua cella, era tornato apposta dagli Stati Uniti e con il suo gesto intendeva vendicare le oltre 100 persone morte a Milano nel 1898 a causa della violenta repressione dell’esercito guidato da Bava Beccaris su ordine dei Savoia.